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Il gioco della vita: giocando s’impara, o forse (è meglio di) no?

Uno dei giochi da tavolo più vecchio della storia deci suggerisce un modo di vivere. Ma siamo sicuri sia la strada giusta?

Il gioco della vita è un gioco da tavolo coinvolgente edito in Italia da Hasbro. Il tema è proprio il percorso di vita di un individuo che si snoda tra le classiche tappe sociali: studio, lavoro, matrimonio, figli, fino ad arrivare all’agognata pensione. Il tutto funziona come un vero e proprio gioco dell’oca che fa muovere le pedine secondo il numero uscito su una ruota. Durante il gioco (la vita, appunto) si possono pescare carte relative ad azioni quotidiane, alla compravendita di una casa, alla carriera professionale e alla gestione di un cucciolo.

La sua fama iniziò nel lontano 1860 negli Stati Uniti per opera di Milton Bradley, l’imprenditore visionario che fondò l’azienda omonima precorritrice dei tempi. Il gioco decretò la nascita dei giochi di società e dell’azienda, acquisita nel 1984 proprio da Hasbro. Tuttora il gioco è uno dei più venduti negli Stati Uniti e il più giocato, specialmente durante le festività in famiglia.

La prima versione del gioco si chiamava The Checkered Game of Life ed era una versione primitiva del gioco sotto forma di scacchiera (come riporta il titolo) molto più cupa e con un forte messaggio morale. Le caselle riportavano addirittura la disgrazia, la prigione e il suicidio. Si avanzava sul tabellone sulla base del punteggio ottenuto con uno strano strumento simile a una piccola trottola. Milton Bradley infatti rifiutò dadi e carte troppo riconducibili al gioco d’azzardo.

Questa è un’immagine del gioco originale:

Immagine tratta da Wikipedia

Il gioco serviva per fare una lezione morale sulle scelte della vita giuste e sbagliate. Perché in quei tempi il divertimento era un veicolo sociale per educare a uno scopo e non doveva limitarsi a essere un mero passatempo. C’erano dei messaggi espliciti come il fatto che l’onestà conduce alla felicità oppure la perseveranza al successo, e via dicendo.

Con il mutare della società, la grafica, lo stile, le regole hanno subito cambiamenti importanti. Famosa è l’edizione del 1960 in cui entrarono i colori sgargianti del periodo, una grafica accattivante e il valore di fondo che vincevi solo se avevi più soldi degli altri.

Nell’edizione attuale invece, che segue la scia di quella del 1960, sono state apportate delle modifiche sulle varie possibilità di lavori da svolgere, si trovano per esempio lavori più attuali come il designer di videogiochi, o quello di moda. L’obiettivo però è sempre quello di raggiungere la pensione con una quantità maggiore di denaro degli altri avversari.

Vediamo quindi che un valore morale c’è sempre, ma è più implicito ed è nascosto nelle varie fasi del gioco. E non sembra che il gioco serva a educare a una visione corretta del lavoro, della carriera e della vita in generale. Il messaggio sembra essere: viviamo per fare soldi. Ma è giusto caricare un gioco di questo messaggio, specialmente se quello di cui si parla è proprio la vita immaginaria di un individuo?

Continuiamo a dare valore ai soldi, come unica finalità di una vita in cui le tappe fondamentali sembra che debbano essere tutte orientate verso quell’obiettivo. Forse dovremmo ricondurre il gioco a ciò che è, un passatempo per trascorrere nella spensieratezza e nell’allegria i momenti “di società”. Allora possiamo ricreare per finta la guerra in Risiko, gli assassinii in Cluedo, ma sappiamo che fa parte di un gioco, che non è realtà. Il gioco della vita invece sembra essere imbrigliato in logiche e scelte all’apparenza fin troppo attinenti a quello che può realmente accadere a una persona. Per fortuna c’è abbastanza possibilità di scelta che non discrimina, per esempio, l’orientamento sessuale (puoi scegliere se far sposare un maschio con una femmina, due femmine o due maschi), la volontà o no di avere figli, la possibilità di avere una casa, di formarsi o meno per trovare un lavoro meglio retribuito.

Nel giocare, la finalità di fondo è un limite, perché le regole ti costringono in maniera furba a scegliere tra due professioni o due percorsi di studio in base allo stipendio che valgono. Automaticamente sceglierò tra i due lavori pescati quello con il valore economico più alto a prescindere da aspettative, desideri e competenze. Per esempio farò sicuramente il medico perché guadagnerò 130.000 soldi al mese, anziché il cuoco o la ballerina con i quali guadagnerei solo 50.000. Tendiamo a stilare una classifica dei lavori meglio retribuiti e giustamente o no cerchiamo di scegliere quelli che mi danno più stabilità economica e benessere. Ma siamo sicuri che sia la scelta migliore? Non dovremmo cercare di dare valore alle nostre capacità, ai nostri talenti e scegliere il lavoro che più di tutti ci dia un minimo di felicità? E riecheggia nelle nostre orecchie il modo di dire, vecchio quanto la vita, che non sono i soldi a dare la felicità.

Pensiamoci quando stiamo per iniziare una nuova partita del Gioco della Vita!

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