Tu sei qui
Home > Recensioni > Mad Men: una serie per riflettere sul lavoro

Mad Men: una serie per riflettere sul lavoro

Una serie che oltre a intrattenere invita a riflettere sull’evoluzione di certe dinamiche professionali

Recentemente Netflix ha subito una grande perdita nel suo catalogo a favore di Prime Video. Una delle serie tv più belle di inizio millennio ha lasciato la prima piattaforma per spostarsi su quest’ultima. Si tratta di Mad Men, uomini pazzi, strani, si tradurrebbe letteralmente. Una pazzia che riguarda il mondo del lavoro, il mondo della creatività.

La serie tv suddivisa in sette stagioni da circa 13/14 puntate ciascuna, si snoda tra crisi personali, famigliari e professionali di Donald Draper, pubblicitario degli anni ’60 in carriera, con un torbido passato alle spalle e una vita a dir poco dissoluta.

Lo slogan di promozione recita infatti: Sex. Lies. Storyboards. Sesso, bugie e bozzetti. Tutto ruota intorno a questi tre elementi (più il fumo) per raccontare la cultura e la storia americana attraverso le creazioni di questi rampanti colletti bianchi.

Si racconta la pubblicità americana attraverso le storie di chi l’ha creata enfatizzandone il lato manipolatorio e, talvolta, poco etico dei protagonisti e dei brand raccontati. Ma c’è una sotto narrazione che rende il tutto godibile e interessante anche da un altro punto di vista. Riti, consuetudini e abitudini di un settore professionale che ha fatto la fortuna dell’espansione culturale americana nel mondo.

E da questa serie si possono imparare molte cose dal punto di vista professionale. Situazioni, riunioni, vicissitudini di carriera si succedono e ci stimolano alcune riflessioni sul mondo del lavoro.

Le relazioni professionali

All’interno di ogni episodio c’è tutto quello a cui il mondo professionale ci prepara: c’è la gestione dell’invidia degli altri, le diverse tecniche di leadership, il modo migliore di organizzare il tempo e sfruttare al massimo la creatività, le più efficaci tecniche di vendita e di persuasione, momenti che sembrano illustrazioni viventi di un libro di Dale Carnegie.

Ogni relazione instaurata è curata, gestita e spronata. Anche nel peggiore dei modi, quando per esempio Joan consiglia alle segretarie appena assunte di scorciare minigonna e aprire lo scollo per entrare nelle grazie dei creativi maschi.

C’è la differenza generazionale all’interno della stessa azienda. Cooper (il più vecchio), Sterling e Draper se la devono vedere con i giovani creativi e con clienti sempre più attenti al contemporaneo, a ciò che va più di moda al momento.

Ampio spazio anche alle relazioni interne tra colleghi specialmente quando persone tanto diverse quanto spietate si trovano a collaborare a un progetto oppure quando l’arrivo di nuovi dipendenti mette in crisi equilibri e organizzazioni esistenti.

Ogni storia personale contribuisce alla storia nazionale

Nella serie non esistono persone positive, né completamente negative. La vicinanza dei personaggi alle persone reali dona alla serie, una tale verosomiglianza che coinvolge lo spettatore per tutta la durata delle sette stagioni.

Una cosa che dà il grande valore al progetto è proprio la narrazione alternata tra le vicende dei protagonisti e le principali vicende storiche di una nazione che fanno da sfondo all’evoluzione commerciale dei brand.

Tutto è ricreato con precisione e stile, anche gli atteggiamenti sembrano proprio quelli di un tempo passato.

Le dinamiche professionali sono vecchie, ma proiettate come una feroce critica della situazione professionale attuale. Ci fa capire come ormai siamo arrivati al punto che, se non ci impegniamo a cambiare effettivamente certe pratiche, il futuro ci soprassederà e creerà sempre più situazioni di crisi, anche al di là degli scenari poco consolanti derivati dall’attuale emergenza Covid-19. Le difficoltà legate al genere, alle differenze razziali, a certa spregiudicatezza nelle relazioni, non sono più pratiche accettabili nei tempi odierni, eppure sono presenti ancora in molte organizzazioni professionali.

Il viaggio sulla luna, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, diventano date simboliche, ma anche pretesti per rivedere e ripensare in chiave creativa il proprio lavoro e la propria vita.

Lo spazio professionale

Un altro elemento su cui i protagonisti sono chiamati ad agire e reagire è quello dello spazio professionale. La scelta degli uffici, lo spazio destinato a un creativo piuttosto che a un socio, diventa valore sociale e professionale. Soprattutto nella seconda parte, quando i protagonisti rifondano da principio la loro attività, assistiamo a una lotta di potere nella scelta dello spazio migliore per la tipologia di lavoro che devono svolgere. Basta un cambio degli arredi all’interno dell’ufficio di Don Draper a creare gli avamposti di una sfiducia da parte dei colleghi che porterà a un licenziamento forzato, che poi, scopriremo non avvenire mai.

Anche la scelta dell’ufficio grande e luminoso, teatro di un suicidio, sarà l’occasione per una guerra di potere. Per non parlare delle scrivanie delle segretarie, poste davanti gli uffici chiusi dei soci che servono da biglietto da visita ai clienti e a far comprendere il potere e l’efficacia del creativo di turno.

Interessante la resa architettonica delle ampie sale riunioni (poste al centro dell’ufficio) o le angustie sale d’aspetto, luoghi di vere e proprie battaglie commerciali di persuasione e convincimento per accaparrarsi il cliente migliore e più redditizio per l’agenzia. E poi l’ascensore, spazio scrigno, custode di segreti misti a formalità e veri e propri momenti da “elevator pitch”.

Il valore delle differenze

Una caratteristica che riguarda sia la sfera professionale che personale dei protagonisti è il modo in cui vengono trattate le differenze. Siamo in un momento storico in cui la donna inizia la propria guerra contro la discriminazione, in un mondo fatto solo di uomini di successo e donne (belle) a corredo. E si sente, si percepisce questo grave limite sociale in una continua evoluzione che parte alla fine del decennio e continua fino ai nostri giorni.

La prima moglie di Don Draper, Betty, lo accompagna alle cene e agli incontri mondani e viene “mostrata” come un trofeo. Diventa un elemento di contorno per riconoscere in Don Draper una persona di successo. Sembra quasi a suggerire che il successo non basta se nella vita non sei un uomo vero. Un’ulteriore conferma è anche l’omosessualità di Salvatore, l’italoamericano che deve tenere segreta la sua “condotta” per mantenere l’aurea di uomo di valore.

Anche la questione razziale entra nel programma e diventa pretesto per affermare quanto i bianchi rappresentino in quel momento, la classe sociale più potente, a discapito di quella dei neri limitata a poche gentilezze e attenzioni.

Ma c’è già anche un segnale di novità come la promozione di Peggy a copywriter da parte di Don Draper. La sua ascesa nel mondo creativo crea una cesura importante nella mentalità dei pubblicitari del tempo e, sembra voglia suggerire il movimento femminista che dovrà prendere l’avvio a breve.

Un bello spaccato di un tempo che fu, ma da cui abbiamo sempre tanto da comprendere per ripensare il nostro lavoro in chiave contemporanea.

Lascia un commento

Top