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Da 99 a cento o la bella idea di ripensare il lavoro

Chi mi conosce sa che sostengo e apprezzo da molto tempo le iniziative di Vincenzo Moretti. Quando a fine febbraio vidi il suo nuovo progetto di ricerca, da 99 a cento, rimasi entusiasta e promisi al caro Vincenzo di scrivere subito qualcosa su questo spazio per dare un umile contributo.

E’ passato quasi un mese, perché quando ho visto il video di presentazione, mi si sono aperte mille riflessioni e non volevo “bruciarle” in un articolo messo lì, scritto perché ormai avevo promesso a un amico che avrei scritto qualcosa. Mantenere una promessa tra amici è importante per mantenere il rapporto e la stima e se si viene meno le motivazioni devono essere molto forti. Tutto questo discorso è proprio per giustificare questo ritardo, non dovuto dalla pigrizia, ma dall’urgenza di pensare, o meglio “ripensare” a quanto letto e visto. E credo che Vincenzo mi perdonerà.

Sempre chi mi conosce sa che nei miei post, tweet e immagini sparsi sui vari social utilizzo sempre un hashtag a corredo: #ripensareillavoro. Per me è fondamentale comprendere le cose che facciamo. Farle meccanicamente non ha senso. Tutto ha un motivo, e questo motivo scopre l’anima di chi le fa e il valore che il tuo lavoro ha sulla tua vita e su quella degli altri.

Non conta cosa fate, ma perché lo fate,

diceva Simon Sinek e la mia vita professionale ruota intorno a questa dichiarazione.

Credo quindi che questo progetto parta da un presupposto molto comune con il mio pensiero e, quando ti trovi a parlare di qualcosa che ti tocca personalmente, lo fai con maggiore entusiasmo e partecipazione.

Vincenzo nel suo video di presentazione al progetto (realizzato da Jepis Bottega) parla per 15 minuti di quello che è il suo pensiero, del perché e delle sue motivazioni facendo partire la riflessione da quattro assunti:

  • il superamento del concetto di “lavoro umile”;
  • il rapporto tra maestro e allievo;
  • il punto di ricerca del maestro nello spazio tra 99 a 100;
  • a volte non è la teoria che insegna a fare pratica, ma è la pratica che permette di fare teoria.

Trattandosi di un progetto di ricerca, questi presupposti, dovrebbero porre le basi di una discussione sugli argomenti che, in base alla propria esperienza, possano avvalorare o meno le tesi presentate.

Da parte mia posso solo confermare questi approcci in quanto, partendo proprio da un’empatia di fondo con gli argomenti, noto nella realtà che c’è un grande bisogno di pensare al nostro rapporto con il lavoro. Anche solo per denigrare il lavoro come pratica solitaria, utile per arrivare all’obiettivo talvolta meramente personalistico o per favorire un posizionamento anacronistico nell’attuale società.

Prendiamo ad esempio la concezione (per me come per Vincenzo fortemente sbagliata) di incasellare alcune tipologie di lavoro in una condizione di umiltà o di prestigio. Ciò che ne viene meno è la persona che lo svolge. Viene tolta (o data a dismisura) la dignità per quello che facciamo e, invece come afferma il primo punto del manifesto sulla cultura del lavoro di FiordiRisorse:

Non siamo il lavoro che facciamo

 

ma, aggiungerei, siamo il modo in cui lo facciamo. L’umiltà è condizione necessaria per svolgere un ottimo lavoro, non come prerogativa imposta, ma come valore condiviso.

Nel rapporto tra maestro e allievo l’umiltà poi è alla base del rapporto stesso. Se l’allievo non si rapporta con umiltà al maestro, viene meno la condizione di colui che deve imparare; lo stesso, se il maestro si eleva in una posizione troppo “alta” diviene icona irraggiungibile da parte dell’allievo che si scoraggia e vede le competenze del maestro come uniche e irripetibili maestrie. Inoltre quel persistere tra 99 a 100 significa proprio che anche il maestro deve tendere a 100, ma non arrivarci mai, perché l’arrivo è la conoscenza suprema, e sappiamo che nessun essere umano potrà mai raggiungerla.

Sull’ultimo punto, quello della differenza tra teoria e pratica avrei da dire molto ma in questa sede mi piacerebbe riferire l’esperienza all’orientamento professionale. Quando sei giovane e hai il futuro incerto, quello che si ritiene necessario è di conoscere il più possibile un lavoro, per sapere se mi conviene investire nella formazione per praticarlo oppure no, e come si fa a comprendere tutte le dinamiche di una professione se non attraverso la pratica? Lo sanno bene anche le istituzioni che hanno inventato in età scolastica l’alternanza scuola lavoro, oppure chi come me si occupa di esperienze professionali in azienda (stage e tirocini). Solo provando si riesce a capire ciò che è importante e interessante per noi e se siamo o meno portati per quel particolare tipo di lavoro. In questi casi la teoria non è abbastanza, ma deve essere sempre accompagnata da una buona pratica che favorisce consapevolezza nell’individuo. Questo naturalmente non toglie la rilevanza della formazione a ogni livello e a ogni età della vita, ma non possiamo nemmeno chiedere alla sola teoria di farci trovare lavoro.

Cominciamo dai giovani questa rivoluzione culturale di un ripensamento del lavoro, così da avere adulti più formati e consapevoli nel prossimo futuro.

Nel frattempo è uscito il nuovo libro di Vincenzo, scritto a quattro mani con Luca Moretti, che consiglio vivamente di acquistare: Il lavoro ben fatto – Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo.

Il nuovo libro di Luca e Vincenzo Moretti

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