Tu sei qui
Home > Interviste > Perserveranza e fiducia nelle proprie possibilità, la storia di Gianmarco Guerrini

Perserveranza e fiducia nelle proprie possibilità, la storia di Gianmarco Guerrini

Questa intervista nasce da un’amicizia, vecchia solo di un anno, ma consolidata come solo le grandi amicizie sanno di essere. Ho deciso, in occasione della ricorrenza, di scambiare quattro chiacchiere con lui, Gianmarco Guerrini, perché quello che ha realizzato, nel panorama italiano ha qualcosa di straordinario: aprire una piccola impresa e agire da sempre come se fosse una grande azienda, non parlo in termini di clienti e fatturato, ma soprattutto di visione e di vera innovazione tecnologica. E le sue parole ci possono dare una grande lezione. Nulla è impossibile se tutto parte da volontà, impegno ed entusiasmo.

Per presentarti ai lettori de La divina carriera ti chiederei di fare un esercizio che sono solito sottoporre ai miei studenti: scegli tre sostantivi che possano presentarti e spiegaci perché li hai scelti.

Famiglia: la famiglia intesa come unione, il miglior modo per stare insieme e vivere i sentimenti più profondi, dentro le mura di casa e fuori.

Lavoro: il lavoro è lo stimolo e la benzina che permette di affrontare la vita con dignità a noi, e a tutte le persone che ci stanno vicino.

Stile: la passione maniacale di tutto ciò che è bello, ordinato e ben fatto.

Ti conosco da un anno e quello che ho capito di te è che hai un approccio al lavoro personale, che rappresenta il segno del tuo successo. Per te il lavoro è una passione, è un impegno con te stesso, prima che con gli altri, a farlo bene, è un’opportunità di crescita e sviluppo delle persone che lavorano con te. La tua azienda, la GEFAR, rappresenta quello che mancava nella consulenza del lavoro e al supporto nelle risorse umane, raccontaci come è nata e qual è la sua attività.

Gefar nasce nel 1995 con l’intento di creare una nuova identità nel territorio, puntando da subito ad un servizio specializzato e differente rispetto a quello delle strutture già presenti nel settore dei servizi e della consulenza alle imprese. L’idea è sempre stata quella di dare la possibilità alle PMI di avere un supporto esterno che potesse fungere come loro ufficio HR.

Tutto ebbe inizio verso la fine degli anni 80, quando con il mio futuro socio Gian Luca, lavoravamo come responsabili del settore paghe in uno degli studi più importanti del nostro territorio. Io, dati i corsi di specializzazione in informatica, mi occupavo della gestione del software e quindi di tutti i flussi riguardanti l’elaborazione dati dei dipendenti.

Devo dire onestamente, che non amavo molto il mio mestiere e nel corso della mia esperienza come impiegato mi sentivo bloccato, avevo la sensazione di sprecare il mio tempo. Avevo bisogno di trovare la mia strada, un mio modo di lavorare, che mi potesse caratterizzare dentro a un settore in cui gli addetti ai lavori tendevano ad omologarsi a un percorso prestabilito.

Erano gli anni in cui l’informatica iniziava ad affermarsi nella cultura di massa, attraverso la diffusione al grande pubblico dei PC, gli anni in cui i nuovi sistemi operativi iniziavano ad essere  introdotti anche negli uffici amministrativi e negli studi professionali.

Ho colto questo momento come una grande opportunità per dare sfogo alla mia vena creativa (quella che avrei voluto sfogare come architetto), attraverso l’informatica. Mi chiedevo spesso cosa avrei potuto fare per migliorare i modelli di servizio di uno studio professionale “tradizionale” sfruttando le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie.

Cercai allora di  focalizzare l’attenzione su due aspetti fondamentali:

  • i nuovi software dei quali non si teneva conto dell’impatto che avrebbero avuto su generazioni ormai abituate a lavorare su sistemi cosiddetti “chiusi”
  • i metodi e la terminologia usata dai tecnici, che almeno per gli utenti medi, risultava mal digeribile.

Riuscii così ad individuare quelle che secondo me erano le falle nella comunicazione tra Software House e Aziende/Studi. Mi calai nelle esigenze degli utenti, me compreso, e a differenza dei colleghi che partivano dall’aspetto operativo della questione, mi posi il problema di conoscere perfettamente il prodotto. Volevo conoscere in modo approfondito gli applicativi che usavo fino a divenire un esperto e uno specialista nel mondo del payroll. Avevo imparato i meccanismi degli strumenti ed ero in grado di rendere, con parole semplici, fruibili i programmi anche ai meno esperti. Fui così individuato da un’agenzia di una delle più grandi software-house HR italiane con la quale iniziai una collaborazione da esterno, durata diversi anni,  fornendo alla stessa un supporto per i propri clienti riguardo la formazione sul loro software. Non vorrei essere presuntuoso ma gli operatori preferivano me rispetto ai tecnici.

Sono rimasto legato a molte aziende alle quali fornivo formazione e molte di queste ancora oggi sono clienti di Gefar.

E’ proprio con questa filosofia che nacque Gefar. Offrire soluzioni, formazione e servizi come avrei voluto riceverli io quando mi trovavo dall’altra parte.

Questa formula ha avuto un enorme successo e ha permesso al nostro studio di guadagnare una posizione di rilievo negli anni, integrando i servizi paghe e la consulenza del lavoro con le nostre implementazioni tecnologiche.

Gianmarco Guerrini nel suo studio

Non è stato certo un processo facile. Il nostro modello ha richiesto tempo per essere digerito, forse troppo innovativo per un ambiente dove la tradizione è difficile da scardinare. Il terrorismo psicologico che arrivava dai leader del settore verso le aziende, a nostro discapito, condizionate a mantenere una gestione che funzionava solo in parte, ci ha fatto riflettere spesso sulla possibilità di tornare indietro. Con il mio socio Gian Luca spesso ci siamo interrogati sul da farsi. I primi mesi sono stati molto complicati, abbiamo investito i pochi risparmi che avevamo a disposizione in questo progetto, convinti che dopo i primi periodi di buio, il nostro modello di servizio ci avrebbe riportato verso la luce. E così è stato. Dopo aver lottato a lungo, conquistammo il nostro posto sul mercato, andando contro tutti gli ostacoli che ci arrivavano addosso.

Il merito di questo risultato va alla nostra perseveranza e la fiducia totale nelle nostre possibilità, alimentata anche dall’appoggio delle famiglie. Il tempo ci ha dato ragione consolidando inizialmente la nostra azienda nella realtà locale e pian piano su tutto il territorio nazionale.

Gefar è poi anche cresciuta e questo grazie all’ingresso dei miei collaboratori. Una grossa fetta del nostro successo è sicuramente merito loro. 

Ho sempre cercato persone, che avessero una visione innovativa e disponibili a mettersi in gioco, sensibili alla filosofia dello Studio e capaci di pensare fuori dagli schemi. Negli anni abbiamo costruito tra di noi un solido rapporto di fiducia e di rispetto reciproco, ridendo e scherzando, ma  sapendo di poter contare gli uni sugli altri nei momenti del bisogno, anche fuori dalle mura dello Studio. Il nostro processo innovativo nasce anche dal confronto costante di idee e di questo ambiente lavorativo sono estremamente fiero, non potrei desiderare niente di meglio. Ho voluto fortemente creare questo tipo di dinamiche in Studio, perchè credo nella contaminazione del rispetto e nello spirito di gruppo. I risultati raccolti negli anni ci hanno dato ragione e ci hanno reso tutti estremamente orgogliosi.

GEFAR è anche app, è anche servizi integrati, un approccio fortemente tecnologico, ma che punta alla relazione con le persone. E infatti, la cosa che più mi ha colpito è che l’azienda ponga le basi principalmente sull’ascolto. Un ascolto delle persone e delle necessità di un mercato che soffre della mancanza di una direzione chiara che formi e supporti le aziende di qualunque entità, sia grandi aziende che medie, piccole e micro imprese. Con la continua innovazione di Gefar sembra che tu stia offrendo proprio quello di cui queste aziende hanno bisogno e che questa analisi sia dettata prima che da una logica di profitto, da quella di voler lasciare il segno in un sistema che ha bisogno di trovare la sua strada e soprattutto gli strumenti di cui veramente ha bisogno. Che ne dici?

Si, Gefar ha seguito dei processi regolari di miglioramento attraverso la progettazione di soluzioni informatiche proprietarie utili a migliorare l’efficienza dello Studio e la relazione con il cliente.

Le soluzioni sono state sviluppate rispettando le necessità e le esigenze percepite dalle aziende, evitando gli standard delle grandi software-house.

Queste soluzioni web-based, hanno impattato sia sul back office dello Studio, migliorando i processi e ottimizzando i flussi interni, sia il front office, permettendo di offrire servizi su misura tecnologicamente avanzati, che ci hanno garantito nel tempo una forte fidelizzazione dei clienti e un solido posizionamento anche sul mercato nazionale.

Negli ultimi anni in Gefar stiamo portando avanti progetti innovativi cercando di far attecchire nel panorama aziendale un cambiamento culturale, concetto quest’ultimo che viene usato da tanti ma che in concreto non viene sviluppato quasi da nessuno.

Abbiamo pensato a GefarApp, uno strumento che nasce inizialmente con lo scopo di offrire dati utili ai dipendenti,  ma che negli ultimi anni si è  implementato fino a diventare GefarApp S. Quest’ultimo è un applicativo attraverso il quale i lavoratori possono esprimere liberamente il loro sentiment rispetto all’attività lavorativa. Un nuovo modo di comunicare, un metodo diretto e dinamico che permette all’azienda di ascoltare e conoscere meglio i propri collaboratori, prerogativa fondamentale per parlare di welfare e per migliorare il clima lavorativo attraverso il benessere aziendale.

Sono molto orgoglioso di aver progettato questa soluzione, non per i risvolti economici o per i premi ricevuti, ma perché il progetto ha messo in evidenza il fatto che le innovazioni vincenti sono quelle che nascono dai  bisogni reali, infatti GefarApp S nasce a fine 2016 proprio da una criticità percepita in un’azienda cliente dello studio. Fino a quel momento, dalle ricerche fatte, nessun’altra soluzione simile era presente sul mercato ed è bello pensare che questa non nasca né nella Silicon Valley né tanto meno da una multinazionale del software, ma da uno Studio professionale attento alle dinamiche aziendali, che crede fortemente in certi valori e che si sforza ogni giorno di migliorare i processi lavorativi, per offrire nuove soluzioni alle aziende e ai loro dipendenti.

La tua passione per l’informatica e la tecnologia, unita alla cura che hai delle persone con le quali lavori, ti ha permesso di creare tutto questo mondo, ma c’è ancora qualcosa che desideri fare? Ci sono futuri sviluppi? Qual è la tua ambizione futura o come dicono gli esperti di marketing la tua “vision”?

Sì, sono due i progetti a cui sto lavorando in questo momento: il primo è una forte implementazione tecnologica alle nostre soluzioni attuali, con questa nuova integrazione andremo a rafforzare la nostra filosofia e il nostro concetto attraverso il quale anche le PMI potranno usufruire di un adeguato ufficio HR esterno evitando di continuare di navigare a vista. Andremo ad inserire nel progetto algoritmi e AI che ci permetteranno di  migliorare il monitoraggio dell’andamento aziendale sia sulla parte economica che su quella del sentiment, il tutto senza essere vincolati dalle soluzioni che ci offre il mercato delle grandi Software house. L’ambizione è proprio quella di continuare il percorso intrapreso negli anni ma questa volta con un forte impatto benefico sui servizi alle PMI.

Sul secondo punto più che di ambizione parlerei di sogno, vorremmo portare cultura aziendale e innovazione vera. Preferisco in questo momento non approfondire, ma son sicuro che ne sentirete parlare a breve.

Vista questa tua propensione allo sviluppo tecnologico, mi piacerebbe chiederti cosa ne pensi del lavoro del futuro. Molti personaggi di spicco stanno offrendo vari punti di vista: si dividono tra chi aspetta con fiducia e speranza l’adozione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, ma anche nel campo delle risorse umane e chi ha una visione solamente pessimista di quanto sta accadendo. Tu da che parte stai e soprattutto qual è il tuo pensiero in merito?

Quando oggi parliamo di futuro, ci riferiamo a Industria 4.0. alcune eccellenze del paese hanno già iniziato la fase di transizione, che a mio avviso è di vitale importanza. Il cambiamento e l’impatto nei processi e nel mondo del lavoro sarà epocale, quindi gli stimoli e le opportunità che si stanno aprendo in questo contesto sono infiniti, ma dietro al futuro radioso si annidano diverse ombre, che se non gestite debitamente possono creare enormi problemi.

Sappiamo che la robotizzazione delle industrie richiederà un personale adeguatamente istruito, una nuova generazione di operai altamente specializzati. Come andrà gestito il personale attuale? Questo punto è delicatissimo perché l’innovazione è vera se porta benefici alla comunità e non problemi. Sarà importante coordinare i vari attori presenti in campo, sia del mondo istituzionale che del mondo privato, cercando di creare il contesto migliore in cui operare. E’ una sfida enorme dalla quale non possiamo tirarci indietro. Diciamo che tendenzialmente sono abbastanza positivo sul futuro prossimo, questo perché abbiamo una tradizione imprenditoriale che si è dimostrata incredibilmente resiliente nel corso degli anni, di contro quello che mi preoccupa è che una fetta del Paese arrivi completamente impreparato a questa sfida e che le Istituzioni stiano affrontando in modo troppo leggero la questione. Se riusciamo a mantenere i livelli occupazionali invariati avremo ottenuto un grande risultato, riuscire a liberare nuove risorse e posti di lavoro sarebbe incredibile, ma non la vedo una cosa fattibile nel breve periodo.

Sai che La divina carriera è nata con la volontà di essere un portale in cui leggere spunti e punti di vista sul mondo del lavoro e che molti dei suoi lettori sono in gran parte giovani che devono orientarsi al lavoro. Mi piacerebbe che in conclusione a questo incontro tu ti rivolgessi direttamente a loro dando dei consigli a chi è intenzionato a intraprendere una carriera nella consulenza e nel supporto HR alle aziende oppure semplicemente a fare la scelta giusta per la loro futura carriera.

A questa domanda ti voglio rispondere attraverso un aneddoto della mia carriera, nato da una riflessione sorta nel rileggere lo splendido “Manifesto del lavoro ben fatto” di Vincenzo Moretti.

Parlando con uno dei miei giovani collaboratori, ho rivissuto quei momenti di difficoltà di quando anch’io, ancora molto giovane, mi sono introdotto nel mondo del lavoro, una strada nuova tutta da percorrere che non si sa mai dove ti porta; ed è per questo che è importante iniziare un percorso interiore per conoscersi meglio, al fine di far emergere le nostre qualità, perché, come dico spesso ai miei figli, agli amici e ai collaboratori alle prime armi,  ognuno di noi è unico ed è solo sfruttando questa unicità che ci si potrà affermare nel mondo del lavoro.

Tra i vari punti del Manifesto c’è un passaggio in particolare che  mi ha riportato indietro con la memoria.

16. Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

Questo punto richiama un concetto che è stato centrale nel mio percorso lavorativo. La voglia di affermarsi, di essere il migliore in qualcosa, l’ambizione che ha fatto da benzina nel processo di costante miglioramento cui ho sempre aspirato. Ambizione, riferita all’approccio con cui si svolge il proprio lavoro, letta nella sua accezione positiva, ovvero condizione indispensabile per svolgere un lavoro  ben fatto, ammesso che si riesca a bilanciarla con una grande dose di umiltà nel non sentirsi mai “arrivati”.

Se questa unicità si è in grado di tirarla fuori, insieme ad un pizzico di ambizione che non guasta mai,  si può veramente cercare di svolgere il proprio mestiere come se si fosse i migliori.

Fai una cosa, qualsiasi cosa, come se fossi il numero uno al mondo. Per me è diventato un vero mantra, nel lavoro come nella vita. Come dicevo prima, il grande ostacolo in cui è molto facile cadere è credere di considerarsi arrivati, cosa diversa da quello che professa il Manifesto. Lo spirito contenuto in questo manifesto, che abbraccia tutti gli aspetti del Lavoro Ben fatto ha l’intenzione di piantare un seme nella testa di chi ha voglia e possibilità di cambiare metodo.

Questo amore per il lavoro ci spinge a renderci unici, a volersi trasformare, a migliorarsi ogni giorno di più.

Così è stato per me, ed è quello che voglio augurare ai giovani che leggeranno questa intervista.

Lascia un commento

Top