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Nobìlita / Il racconto “a caldo” del primo giorno

Se mi segui saprai che aspettavo questo evento da un po’ di tempo. Non è ancora il momento di fare un bilancio perché ci aspetta la seconda giornata, sulla carta molto interessante. Le mie tre aspettative però sono già state ampiamente ripagate.

Una giornata, quella di oggi, piena (anzi pienissima) di interventi di livello eccezionale. Vedere così tanti professionisti e panelist di spessore tutti insieme, fa credere che anche nella blasonata Italia dei furbi, degli incapaci e dei burosauri (geniale immagine della burocrazia italiana di Luca Tomassini, fondatore di Vetrya) abbiamo personaggi con il prestigio e la genialità degna dei migliori Steve Jobs, Mark Zuckerberg o Elon Musk se non addirittura superiore come il già citato Luca Tomassini, Giovanni de Lisi, Maurizio Mazzieri, Giorgio Di Tullio, Roberto Bin, Luciano Floridi e molti altri. Su alcuni di loro scriverò in futuro un pezzo ad hoc per la complessità e le novità emerse dal loro intervento.

I panel di oggi sono partiti dalla fabbrica, luogo e ambiente in un primo momento infernale poi, rivoluzione dopo rivoluzione industriale, è diventato il terreno fertile per la trasformazione digitale e l’applicazione della robotica di ultima generazione. E i giovani? Come la percepiscono? Per loro è sempre un luogo attrattivo in cui lavorare oppure fare gli “operai” è da sfigati? Alcune incognite a cui hanno risposto Marco Bentivogli, segretario generale di FIM CISL, Stefano Micelli, economista e docente alla Ca’ Foscari di Venezia, Eugenia Rossi di Schio, docente all’università di Bologna, Massimo Chiriatti, manager IBM e Maurizio Mazzieri, senior advisor di Toyota. Le posizioni sono state discordanti specialmente in merito all’attrattività della fabbrica come luogo di lavoro, molto ambita, secondo i docenti universitari, molto poco conosciuta e amata secondo gli addetti ai lavori.

Il secondo panel è stato dedicato ai freelance e alle competenze necessarie per essere posizionati bene sul mercato. Si è partiti dal freelance spontaneo (volontario, consapevole) a quello spintaneo, secondo Eleonora Voltolina della Repubblica degli stagisti, che vede molti freelance obbligati a mettersi in proprio per richiesta di aziende interessate al profilo, ma nella condizione economica di non potersi permettere un’assunzione. L’argomentazione poi si è spostata sulle competenze che servono per identificarsi dalla massa. La più importante, secondo Alberto Maestri, curatore della collana “Professioni digitali” per Franco Angeli, è quella che permette al libero professionista di capire costa sta succedendo e cosa succederà nel settore in cui opera. Giorgio Di Tullio, innovation designer, vede invece il freelance come un tutt’uno con la sua rete e non un singolo lavoratore. La mancanza di networking con gli “altri” del settore è una debolezza che non favorisce il salto di qualità. Cristiano Carreri, storyteller ed esperto di influencer marketing, ha invece presentato l’importanza di questa tipologia di marketing per il freelance, mentre Gianni Dragoni, giornalista de Il Sole 24 ore ha offerto i dati, poco incoraggianti, sulla tipologia di lavoratori indipendenti.

Il pomeriggio si è aperto con un’accesa critica al concetto di start-up inteso come sostituto del lavoro dipendente e privo di forti idee di innovazione. Giovanni de Lisi, giovane CEO di Greenrail ha raccontato delle numerose difficoltà affrontate per far partire la sua idea imprenditoriale in Italia. E’ riuscito nell’impresa solo andando a creare competitività sul mercato estero. Dall’estero viene anche Luciano Floridi, docente di filosofia e etica dell’informazione alla Oxford University che contrappone l’esempio inglese con quello italiano molto più problematico e carente di un’attenzione etica nel processo di sviluppo. Luca Tomassini, CEO della Google italiana, Vetrya, ha presentato l’isola felice che la sua azienda rappresenta per i giovani creativi. Welfare all’ennesima potenza, progetti di digital detox per i dipendenti, mini club e assenza di cartellino caratterizzano lo “stile” quasi visionario dell’azienda. Mentre Massimo Cerofolini, conduttore radiofonico di EtaBeta, ha evidenziato come queste esperienze siano sempre troppo solitarie per competere con i paesi esteri in cui gli investimenti nella trasformazione digitale sono nettamente più importanti di quelli italiani.

Nell’ultimo panel della giornata Giorgio Meletti, giornalista del Fatto Quotidiano, Marta Fana, ricercatrice all’Università Sciences Po a Parigi e Roberto Bin, costituzionalista e docente universitario, hanno evidenziato come il concetto di lavoro sia passato da merce a bisogno per ottenere un salario e uscire così dalla soglia della povertà. Il panel ha presentato anche il valore degli stipendi dei super manager italiani che non sono minimamente confrontabili con quelli del lavoratore comune.

Hanno arricchito questi momenti corali tre interventi in solitaria di tre grandi esponenti tra cui Oscar Farinetti, Paolo Vergnani e il già incontrato Luciano Floridi. Questi blocchi di 18 minuti somigliano in tutto e per tutto ai Tedx, e infatti il nome è una strizzatina d’occhio a quella formula, i Jobx. Si è passati dal teatro professionale di Paolo Vergnani che prendendo spunto dalla carta igienica ha parlato di felicità e lavoro, alla dicotomia degli esseri umani ed esseri digitali di Luciano Floridi fino alla riflessione altalenante tra passato, presente e futuro di Oscar Farinetti.

E domani cosa ci aspetta?

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