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Viaggio nel futuro del lavoro

Sono appena tornato dal convegno sulle Professioni del Futuro organizzato da InTribe e Asseprim di Confcommercio Milano. Premetto che non è la prima volta che partecipo a convegni del genere, ma ogni volta il senso di frustrazione impera perché a volte i panelist sono lì per promuovere qualcosa, un’azienda, un prodotto, qualcosa che il giorno dopo dimentichiamo volentieri.

Anche questa volta sembrava che il tutto andasse in questo modo e invece dopo i vari saluti istituzionali e i panel di introduzione, cominciano a susseguirsi interventi che pian piano “scaldano” il pubblico, o almeno me.

Quattro le espressioni che ho scelto di tenere con me di questa esperienza e che sono ritornate nei vari interventi: lifelong learning, competenze trasversali, autodidattica, trasformazione digitale.

Se da una parte è stata enfatizzata l’importanza di una formazione costante, finalizzata a creare nuove figure professionali, dall’altra si assiste a un lento declino della scuola, dell’accademia e dell’università. Non è nei centri istituzionali che si formano le menti pensanti, ma nella continua ricerca di informazioni in solitaria e cultura da “autodidatta”. Forse è questa la parola che mi spaventa di più di fronte alla rivoluzione del lavoro in atto: autodidatta. Dove si cercano le informazioni se mancano corsi o istituti formativi di riferimento? Se mancano le scuole, mancano i docenti, manca la letteratura, manca anche la ricerca scientifica che sta alla base di ogni vera rivoluzione. E questo è uno degli aspetti emersi che mi ha lasciato più preocupato.

Inoltre (questa volta per fortuna!!!) al convegno non si è mai sentito parlare delle solite banalità che vanno tanto di moda in questi mesi sull’avvento dei robot. Quelle cioè, secondo me deleterie ed errate, che vedono l’intelligenza artificiale (ovvero i robot) come una vera minaccia del sistema lavoro e di conseguenza del capitale umano. Anche in questa occasione la Storia non insegna… Lo spauracchio della tecnologia era già presente durante la rivoluzione industriale, quando l’introduzione dell’automazione mise in ginocchio i pensatori dell’epoca e favorì il taylorismo in cui l’adozione delle macchine da parte delle fabbriche comportò invece un’ulteriore richiesta di forza lavoro che fosse in grado di farle funzionare. Semmai ciò che fa pensare è la regolamentazione etica con la quale i robot entreranno e vivranno negli negli ambienti professionali, ma questa è un’altra storia.

Non ho parlato finora di quello che è stato il tema del convegno, ovvero il Digital Mismatch e le nuove figure professionali che si affacceranno con la trasformazione digitale. Beh alla fine poco importa, quello che è più rilevante è che saranno le competenze trasversali a farla da padroni. Le competenze tecniche diventeranno sì importanti, ma non decisive per cogliere le opportunità del mercato e soprattutto si preferiranno profili più multidisciplinari, o “smart” come viene definito questo approccio dagli snob. Ecco che ritorna prepotente il bisogno di formazione continua, ma chi potrà offrircela? Il convegno si conclude con la presentazione del progetto di InTribe, la app Digital Match che tenta di dare una soluzione in termini di coins, opinioni e ricompense. Ma credo che questa non sia la strada corretta, semmai occorrerebbe che le aziende entrassero nell’università oppure che l’università entrasse una volta per tutte nell’azienda. Ma anche per questo aspetto è stato provato, durante il convegno, che le cose non stanno così perché le aziende non sono minimamente interessate ad entrare nei processi formativi né tanto meno a fare formazione ai suoi dipendenti.

Dove si trova una soluzione quindi? Ce la dà Lorenzo Cavalieri, consulente di carriera e autore di un libro che si intitola Il lavoro non è un posto, che ci dice “Fai sempre qualcosa di nuovo, non deve mai mancare la novità nella tua vita”. Se cominciamo noi a ricercare questa novità, allora forse anche le istituzioni scolastiche e universitarie perseguiranno questo obiettivo in breve tempo e sapranno offrirci ciò che manca e che farebbe la vera differenza.

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