Donne e lavoro: si può superare definitivamente il divario?

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Oggi giornata della donna. Al di là di ogni sentimento nei confronti di questa festa, chi la rinnega perché pensa che solo il fatto che esista rappresenti per la donna un’occasione da parte dell’uomo di confermare la sua superiorità, chi approfitta dei festeggiamenti per dedicare una giornata alle amiche, chi ne valorizza il senso più profondo e di impatto sociale, la festa della donna è un giorno legato indissolubilmente alla questione femminile in tutte le sue applicazioni sociali, economiche, professionali, identitarie.

Il campo professionale è sicuramente un terreno ostico se decidiamo di fare un bilancio delle differenze di genere perché è palese che ad oggi, quasi venti anni dopo il 2000, la situazione femminile è sempre una questione contemporanea e senza una piena soluzione di parità.

L’Osservatorio Job Pricing evidenzia anche quest’anno, per esempio, che gli stipendi delle donne sono nettamente inferiori a quelli degli uomini in quasi tutti i settori economici, segnando un divario di circa 3.000 euro annuali. Ottimo a questo proposito l’articolo de La Repubblica sull’argomento. Questo “gender pay gap” è anche alla base dello sciopero indetto oggi dal movimento americano Women’s March ripreso in Italia dall’organizzazione Non una di meno.

Inoltre il Censis ha pubblicato ieri una ricerca sui dati del part-time femminile evidenziando il fatto che sempre più donne sono obbligate a lavorare a tempo parziale per potersi dedicare alla famiglia o nella maggioranza dei casi perché costrette dalle aziende che sembrano preferire questo tipo di flessibilità anziché instaurare collaborazioni full time. Qui un articolo che indaga le sfaccettature della ricerca dal blog del Corriere.

Come poter risolvere definitivamente la soluzione e poter dare un bagliore di speranza al genere femminile? La soluzione potrebbe risiedere nel rivolgere più attenzione agli uomini. Mi spiego meglio, una delle peculiarità proprie della donna è ovviamente la capacità procreativa ed è inutile negare che questo non rappresenti l’innato problema in campo professionale. A un datore di lavoro spaventa ancora l’assenza di parecchi mesi dal posto di lavoro di una donna ed è banale osservare che questo fatto renderà sempre il divario tra i due sessi imprescindibile. Se invece anche l’uomo dovesse godere obbligatoriamente dell’astensione dal lavoro per i primi mesi del nascituro dai tre ai sei mesi, più la possibilità di congedo parentale esteso fino ad un anno contestuale, la donna e l’uomo sarebbero finalmente in una condizione di parità disincentivando automaticamente certe logiche di recruitment che mirano a danneggiare la donna in questa sua caratteristica naturale. Questo è solo un esempio che migliorerebbe nettamente la situazione come avviene già in alcune nazioni dell’Europa del nord.

Inoltre rivolgere alcune azioni di welfare anche in luoghi di lavoro a predominanza maschile, come la presenza del nido aziendale o la possibilità di portare i figli a lavoro, garantirebbero parità di ruolo e di genere nell’ambiente professionale.

Sono idee banali, lo so, ma il fatto che queste pratiche ancora non esistano o siano sporadiche azioni virtuose di pochi eletti la dice lunga su un divario di genere che ancora tarda a diminuire.

Buon 8 marzo a tutte le lettrici del blog!

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