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Talento vs. Esperienza

Mark Zuckerberg è noto a tutti per aver creato forse il primo e più famoso social network del mondo, Facebook. In una recente intervista a Y Combinator Zuckerberg stesso afferma che

«I started the company when I was 19, so I can’t institutionally believe that experience is that important, right, or else I would have a hard time reckoning selling myself and the company. So we invest in people who we think are just really talented, even if they haven’t done that thing before.»

E alla domanda dell’intervistatore:

«So if you don’t have the experience to look for, how do you assess someone’s raw talent?»

Lui risponde:

«Well, often you can tell from different things that they’ve done. So it’s not that… Obviously, everyone’s done something. Even if you’re 19, you’ve done side projects and interesting stuff, and I think what’s important is not to believe that someone has to have specifically done the job that they’re going to do in order to be able to do it well.»

È chiaro quindi che in un contesto contemporaneo di azienda, si tende a valorizzare più il talento che l’esperienza.

Concedetemi una digressione sul talento…

È un dato di fatto che una persona possieda più o meno talenti, chi più chi meno, ognuno di noi possiede almeno una caratteristica che lo rende speciale e unico e che è obbligato (soprattutto per noi stessi) ad “averne cura” per poter eccellere a livello personale e professionale nella vita.

Faccio un ulteriore passo indietro fino alla parabola dei talenti riportata splendidamente nel Vangelo di Matteo (25,14-30). Il racconto ci narra di tre servi ai quali il padrone prestò diversi talenti (in questo caso sono intesi come monete, ma possono benissimo essere considerati come peculiarità personali) in quantità diversa. I primi due, a cui il padrone aveva consegnato cinque e due talenti, riconsegnarono il doppio perché nel frattempo li avevano investiti; il terzo, che ricevette solo un talento, per paura di perdere anche questo unico bene, lo nascose e, quando il padrone glielo richiese, lo ripresentò senza maggiorazioni. Ai primi due servi il padrone offrì l’autorità su molto e condivise con loro la sua gioia mentre al terzo padrone fu tolto l’unico talento affidato e dato a chi già ne aveva dieci ovvero al primo servo. Naturalmente

Al di là del senso religioso e spirituale che possiamo dare a questo brano e che in questa sede non ci interessa, la parabola è un forte spunto di riflessione su cosa vuol dire “aver cura” dei propri talenti. Non è né etico né opportuno non dare ascolto a noi stessi e alla nostra espressione sia a livello personale che, soprattutto, a livello professionale.

Questa lunga digressione ci aiuta a capire quanto è più importante valorizzare il proprio essere piuttosto che gli studi compiuti (che aiutano moltissimo però a scoprire di che talento siamo fatti…) o l’esperienza già sviluppata negli anni di lavoro. Inoltre, se leggiamo il tutto in un contesto sociale, scoprire, rispettare e valorizzare i propri talenti è un atteggiamento che favorisce noi stessi e l’altro perché la persona con la quale ci interfacciamo può godere dei benefici dati dall’esercitazione dei propri talenti.

Per esempio molti responsabili di selezione di grandi aziende affermano di preferire strategie di recruiting volte a comprendere le soft skills piuttosto che le esperienze pregresse. Nelle soft skills infatti, talvolta sono da individuare le caratteristiche talentuose che contraddistinguono il candidato.

In una facile approssimazione infatti possiamo dire che i talenti risiedono nelle cosiddette “soft skills”, mentre le esperienze formano le “hard skills”. D’altro canto però Simon Sinek, scrittore e consulente di management e leadership, afferma che è meglio assumere valutando le attitudini (attitude) piuttosto che le abilità (skills) perché queste ultime si possono imparare fornendo un adeguato supporto formativo al lavoro. Scopriamo quindi che, se le soft e hard skills si possono imparare, l’attitudine è una disposizione naturale e innata quindi va oltre e perfeziona il concetto di talento o forse dà una chiave di lettura delle caratteristiche proprie di questo talento.

Il talento quindi non si deve concepire come una genialità, come un qualcosa di eccezionale, ma di peculiarità della persona che aiutano ad affermarsi e a relazionarsi nel mondo.

E se riusciamo a scoprire quali sono i nostri talenti, trovare lavoro non sarà poi così complesso.

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